Geopolitica
«Abbiamo addestrato gli ucraini per anni»: funzionario di Obama confessa
Dopo il colpo di Stato del 2014 in Ucraina generalmente conosciuto con in nome di Maidan (dal nome della piazza centrale della protesta), gli Stati Uniti hanno addestrato forze speciali, ovviamente in preparazione al conflitto con la Russia.
Ciò è ammesso in un articolo del New York Times del 10 settembre, che cita un ex funzionario dell’amministrazione Obama.
Nell’articolo, intitolato «Funzionari ucraini si sono rivolti all’intelligence statunitense per pianificare una controffensiva», gli autori scrivono che «durante la guerra, gli Stati Uniti hanno fornito all’Ucraina informazioni su posti di comando, depositi di munizioni e altri nodi chiave nelle linee militari russe».
«Tale Intelligence in tempo reale ha consentito agli ucraini – che i funzionari statunitensi riconoscono di aver svolto il ruolo decisivo nella pianificazione e nell’esecuzione – di prendere di mira le forze russe, uccidere generali di alto livello e forzare i rifornimenti di munizioni di essere spostati più lontano dalle linee del fronte russo».
Mentre l’articolo afferma che gli Stati Uniti inizialmente sarebbero stati all’oscuro della pianificazione tattica ucraina, con l’Ucraina che ha contattato gli Stati Uniti solo più di recente, una citazione di Evelyn Farkas, il massimo funzionario del Pentagono per Russia e Ucraina sotto l’amministrazione Obama dice che «questi ragazzi [cioè i combattenti ucraini, ndr] sono stati addestrati per otto anni dalle forze delle Operazioni Speciali».
«È stato insegnata loro la guerra irregolare. I nostri operatori dell’intelligence gli hanno insegnato l’inganno e le operazioni psicologiche».
La rivelazione, incistata nell’articolone, di fatto non aggiunge nulla di nuovo a quanto già emerso pubblicamente da mesi.
Come riportato da Renovatio 21, la CIA ha supervisionato un programma di addestramento segreto per le forze operative speciali ucraine e gli agenti dell’Intelligence dal 2015.
Un reportage di Yahoo News di inizio gennaio (quindi prima dello scoppio della guerra) aveva raccolto le testimonianza di un ex ufficiale CIA: gli USA stavano «addestrando un’insurrezione» in Ucraina; il programma di addestramento insegnava agli ucraini come «uccidere i russi».
L’investimento militare americano per la preparazione delle truppe ucraine non è di poco conto. «Il livello di supporto militare» per un’insurrezione ucraina, diceva poi un ex ammiraglio USA, «farebbe sembrare i nostri sforzi in Afghanistan contro l’Unione Sovietica insignificanti al confronto».
Geopolitica
La Santa Sede invitata al Consiglio per la Pace di Trump
Mentre Donald Trump ha appena annunciato ufficialmente la creazione del suo «Consiglio per la Pace» (Board of Peace), l’invito rivolto a Papa Leone XIV pone la Santa Sede in una posizione delicata. Sospesa tra il desiderio di dialogo e l’impegno per il multilateralismo, la diplomazia vaticana si sta prendendo il suo tempo per rispondere, pur esprimendo le riserve di una Chiesa che si rifiuta di vedere l’ordine mondiale dettato da un «club privato».
Anche se probabilmente non gli verrà richiesto di pagare il miliardo di euro «in contanti» richiesto agli altri capi di Stato dall’occupante della Casa Bianca per entrare a far parte del suo Consiglio per la Pace, il pontefice si sta prendendo il tempo per riflettere.
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Un’istituzione con poteri esorbitanti
E per una buona ragione: inizialmente concepito lo scorso settembre per supervisionare la ricostruzione di Gaza, il Consiglio per la Pace ha visto le sue prerogative espandersi notevolmente. Il suo statuto, pubblicato il 18 gennaio 2026, delinea un «secondo Consiglio di Sicurezza», libero dai vincoli dell’ONU, che considera «obsoleto e inefficace».
Il funzionamento di questo nuovo organismo è piuttosto semplice. Donald Trump ha poteri discrezionali: sceglie i membri, può revocarli e ha persino il diritto di designare il suo successore. Ancora più sorprendente, lo statuto prevede una membership «premium».
Infatti, gli Stati che versano un miliardo di dollari nel primo anno si assicurano un seggio permanente, aggirando il processo di rinnovo triennale. Mentre alleati come Viktor Orban (Ungheria), Javier Milei (Argentina) e Re Mohammed VI (Marocco) hanno già firmato, altri sono esitanti.
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La prudenza diplomatica della Santa Sede
È in questo contesto di accresciute tensioni che il Vaticano ha ricevuto il suo invito. La risposta, fornita dal cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato della Santa Sede, è improntata a «vigile prudenza». Sebbene Papa Leone XIV abbia sempre sostenuto una cultura del dialogo, il formato proposto da Washington sembra scontrarsi con gli attuali principi fondamentali della diplomazia pontificia.
Interrogato su questi sviluppi, il cardinale Pietro Parolin ha sottolineato la preoccupazione della Santa Sede per l’erosione del diritto internazionale. Per il numero due del Vaticano, la pace non può essere il prodotto di un “giudizio pragmatico” esercitato da una manciata di Stati «volontari», ma deve essere perseguita nel quadro delle istituzioni multilaterali esistenti. La Santa Sede teme che questo Consiglio possa diventare uno strumento di pressione politica piuttosto che un autentico strumento di stabilità.
Inoltre, la composizione del consiglio esecutivo – composto esclusivamente da stretti collaboratori del presidente americano (Marco Rubio, Jared Kushner), con l’eccezione di Tony Blair – rafforza l’immagine di una diplomazia «transazionale». Per la Santa Sede, aderire a un simile organismo rischierebbe di comprometterne la neutralità, essendo spesso chiamata ad agire come mediatore imparziale nei conflitti, dall’Ucraina al Medio Oriente.
Mentre Vladimir Putin sta ancora valutando le «sfumature» del suo invito, il Vaticano sembra prendere tempo. Preso tra la tentazione di influenzare le decisioni della Casa Bianca dall’interno e la necessità di proteggere l’ordine internazionale, il Papa cammina su un filo teso: un ruolo di osservatore al Consiglio per la Pace – come alle Nazioni Unite – potrebbe rappresentare una via di mezzo?
Una cosa è certa: la Santa Sede non darà carta bianca a un organismo in cui la pace sembra avere un prezzo «premium».
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Geopolitica
Ballerini ucraini rischiano il licenziamento per aver ballato «Il Lago dei Cigni»
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Geopolitica
Il cancelliere austriaco si oppone all’adesione accelerata dell’Ucraina all’UE
Il cancelliere austriaco Christian Stocker ha escluso l’ipotesi di un’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione Europea.
A Kiev è stato riconosciuto lo status di Paese candidato all’UE nel 2022, pochi mesi dopo l’intensificarsi del conflitto con la Russia. All’inizio di questa settimana, il primo ministro ungherese Viktor Orban aveva rivelato l’esistenza di un documento riservato discusso a un vertice di Bruxelles, secondo cui l’Ucraina potrebbe diventare membro entro il 2027 e ricevere finanziamenti per un totale di 1,6 trilioni di dollari dall’Unione entro il 2040.
In un’intervista concessa venerdì al quotidiano svizzero Neue Zürcher Zeitung (NZZ), a Stocker è stato chiesto se l’UE potesse accogliere l’Ucraina «immediatamente», considerando l’adesione come una possibile garanzia di sicurezza per Kiev nel quadro di una soluzione pacifica della crisi.
Il cancelliere ha risposto riconoscendo che l’Ucraina «potrebbe rappresentare una risorsa» per l’Unione. Tuttavia, ha precisato che le sue prospettive di adesione sono equiparabili a quelle dei Paesi dei Balcani occidentali, come Montenegro e Albania.
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«Non sono favorevole a corsie preferenziali. I criteri di accesso devono essere rispettati. In linea di principio, ritengo che le condizioni debbano essere uguali per tutti», ha dichiarato.
Interrogato se ciò significasse che l’ingresso di Kiev nell’UE risultasse «irrealistico per gli anni a venire», Stocker ha replicato che «dipende da cosa si intende con questa espressione». L’Austria, ha ricordato, ha proposto un modello di integrazione progressiva.
«Offrendo ai Paesi candidati un accesso graduale, per esempio al mercato unico e ad altri ambiti politici, si creano incentivi supplementari per proseguire con convinzione il percorso di riforme», ha chiarito.
Sempre venerdì, Orbán aveva accusato Kiev di interferire nelle elezioni ungheresi e ha ribadito con fermezza che «nei prossimi cento anni nessun parlamento ungherese voterà a favore dell’adesione dell’Ucraina all’UE».
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Immagine di© European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni
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