Farmaci
4 ragioni per cui prescrivono l’azitromicina
Giornali e telegiornali hanno gridato al pericolo pubblico: starebbero esaurendosi, dicono, le scorte di azitromicina, un comune antibiotico, la cui versione più conosciuta è peraltro prodotta da Pfizer.
La carenza di azitromicina sarebbe dovuta, stringi stringi, ai no vax: ossia, a tutti coloro che, non fidandosi del sofisticato protocollo Speranza (tachipirina e vigile attesa), ai primi sintomi si rivolgono a medici che operano in «scienza e coscienza», prescrivendo quindi qualche farmaco.
In breve, chi prescrive l’azitromicina, e chi la assume, è possibilmente un dissidente pandemico, cioè un no-vax, in quanto è chiaro che non segue la narrativa ufficiale e il suo ricettario.
«Non possiamo essere certi, nemmeno a fronte di un tampone positivo, che il nostro paziente abbia un virus e non un batterio, o non li abbia entrambi»
I media mainstream in questi giorni hanno detto di tutto contro questa pericolosa «mania» dell’azitromicina: che la si toglie a chi ne ha davvero bisogno (dove l’avevamo già sentita questa?), che è inutile e non segue la scienza, che creerà un superbatterio antibiotico-resistente che ci ucciderà tutti.
C’era da aspettarselo: come sostiene qualcuno, nel 2020 fu attaccata dall’establishment l’idrossiclorochina, nel 2021 l’ivermectina, il 2022 sarà l’anno della guerra contro l’azitromicina?
Chi ha avuto il COVID lo ha potuto toccare con mano: la stragrande maggioranza dei medici non prescrive antibiotici nemmeno durante le polmoniti da COVID. Messo alle strette, qualcuno si trincera dietro un «ma il COVID è un virus, non un batterio», oppure dicendo che «non esiste una linea guida sull’uso degli antibiotici per il COVID».
La dottoressa Silvana De Mari sul quotidiano La Verità ha elencato quattro ragioni per cui, a suo dire, un medico dovrebbe, se lo ritiene, prescrivere l’azitromicina.
«Il primo ad ipotizzare la terapia a base di vitamine D, K, , zinco, antiinfiammatorio non steroideo (aspirina o ibuprofene), idrossiclorochina, azitromicina, cortisone e eparina, è stato il virologo Didier Raoult dell’Istituto ospedaliero universitario Mediterranée Infection di Marsiglia, che ha spiegato come il trattamento precoce dei pazienti affetti da COVID-19 con almeno 3 giorni di idrossiclorochina e l’azitromicina determinano un miglioramento molto più netto di tutti gli altri trattamenti» ricorda la dottoressa De Mari.
«Se una persona, soprattutto una persona non giovane, si presenta con febbre e sintomi respiratori, nel 70% dei casi si tratta di una patologia batterica»
«Queste affermazioni sono state confermate dal professor Cavanna nel marzo 2020 e ulteriormente confermate dalle migliaia di medici che hanno applicato questo protocollo».
«Per quale motivo diamo un antibiotico in una malattia virale? Per quattro motivi, ognuno dei quali da solo giustificherebbe l’uso del farmaco».
1) «Non possiamo essere certi, nemmeno a fronte di un tampone positivo, che il nostro paziente abbia un virus e non un batterio, o non li abbia entrambi. Se una persona, soprattutto una persona non giovane, si presenta con febbre e sintomi respiratori, nel 70% dei casi si tratta di una patologia batterica (…) quel numero, 70%, è troppo alto perché un medico abbia il comportamento assolutamente non responsabile di non prescrivere un antibiotico. Sono un medico. Mi assumo la responsabilità fino all’ultima sillaba di quello che affermo».
«Non prescrivere immediatamente un antibiotico in una persona anziana che presenta febbre e sintomi respiratori importanti è irresponsabile, ed è una delle cause del disastro sanitario COVID».
«Molte polmoniti interstiziali durante la cosiddetta pandemia sono risultate causate da micoplasmi o da altri patogeni. Non dare antibiotico in una polmonite interstiziale, perché si è convinti che si tratti di una patologia virale e puramente virale, è un errore di una gravità imperdonabile, un errore che molti pazienti possono pagare molto caro» sostiene la dottoressa.
«Le infezioni virali nell’80% dei casi si complicano con infezioni batteriche. La SARS 2 COVID 19 si complica con facilità con una infezione di micoplasmi, microrganismi per i quali l’azitromicina è un farmaco ottimale»
2) «Le infezioni virali nell’80% dei casi si complicano con infezioni batteriche. La SARS 2 COVID 19 si complica con facilità con una infezione di micoplasmi, microrganismi per i quali l’azitromicina è un farmaco ottimale».
3) «La SARS COVID 19 è una malattia che causa danno attraverso una tempesta infiammatoria, una cascata di citochine. Per combatterla occorrono antiinfiammatori e l’antiinfiammatorio più efficace è il cortisone. Il cortisone però può deprimere il sistema immunitario, favorendo la sovrainfezione batterica, dove il paziente non sia protetto da antibiotico».
4) «I macrolidi hanno una certa azione antivirale, e già era stata sfruttata nella cura dei virus Ebola e Zika. L’azitromicina migliore la produzione dell’interferone I, che ha azione antivirale. In una prima fase della malattia i macrolidi intralciano l’ingresso del virus interferendo con il ganglioside GM. Il virus entra nelle cellule o attraverso i recettori per l’enzima di conversione dell’angiotensina (ACE2) oppure attraverso il ganglioside GM1» spiega la De Mari.
«Il cortisone però può deprimere il sistema immunitario, favorendo la sovrainfezione batterica, dove il paziente non sia protetto da antibiotico»
Gli argomenti per l’uso degli antibiotici, anche in questa pandemia virale, parrebbero quindi esserci. Gli studiosi che lo sostengono – compreso il professor Raoult, riconosciuto come uno dei maggiori virologi viventi – pure.
Vorremmo quindi sapere quando ministri, CTS, magistrati, virologi catodici parlano di «evidenze scientifiche» contro l’uso degli antibiotici a quali studi si riferiscano, sperando che si vada al di là della storia che il COVID è dato da un virus e quindi gli antibiotici non servono.
Alimentazione
Studio: le persone riprendono chili 4 volte più velocemente dopo aver smesso i farmaci per la perdita di peso
Un recente studio pubblicato dal British Medical Journal (BMJ) ha evidenziato che le persone in sovrappeso o obese che cessano l’assunzione di farmaci dimagranti riprendono peso con una velocità quattro volte superiore rispetto a chi interrompe una dieta o un programma di esercizio fisico.
Circa la metà degli utilizzatori dei nuovi farmaci per la perdita di peso, come Wegovy e Ozempic (principio attivo: semaglutide), sospende il trattamento entro il primo anno. Le evidenze indicano che la maggior parte lo fa a causa dell’elevato costo o degli effetti collaterali, che possono includere gravi disturbi gastrointestinali e, in casi estremi, persino il decesso.
Negli Stati Uniti, circa un adulto su otto dichiara di assumere farmaci per dimagrire. Gli autori dello studio hanno condotto una meta-analisi, rivedendo e integrando i dati pubblicati da numerosi rapporti scientifici.
L’analisi, basata su migliaia di partecipanti, ha mostrato che dopo l’interruzione del trattamento con questi farmaci, il peso medio aumenta di circa 0,4 kg al mese, equivalenti a 4,8 kg nel corso del primo anno. Si prevede che i parametri di salute legati al diabete e alle malattie cardiache tornino ai livelli pre-trattamento entro due anni.
«Ciò che abbiamo trovato particolarmente scioccante è stata la rapidità con cui i pazienti hanno ripreso peso dopo aver smesso di assumere farmaci», ha dichiarato uno degli autori.
Coloro che hanno interrotto i farmaci dimagranti hanno riguadagnato peso a una velocità quattro volte maggiore rispetto a chi ha abbandonato un programma di esercizio o una dieta.
Il motivo potrebbe risiedere, in parte, nel fatto che gli utilizzatori di questi farmaci non sviluppano la stessa disciplina e le abitudini salutari che invece si acquisiscono attraverso programmi di attività fisica e regime alimentare.
La meta-analisi conferma chiaramente che i farmaci per la perdita di peso rappresentano un trattamento a lungo termine. Dirigenti di aziende produttrici come Eli Lilly hanno riconosciuto che gli utenti potrebbero dover continuare l’assunzione per tutta la vita al fine di evitare il recupero del peso.
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Alla fine del mese scorso l’ente regolatorio del farmaco americano Food and Drug Administration (FDA) ha approvato una versione giornaliera in compresse del farmaco Wegovy di Novo Nordisk.
Novo Nordisk sta testando il semaglutide su bambini a partire dai sei anni di età, e sono state proposte diverse nuove indicazioni per farmaci come il semaglutide, tra cui il trattamento di dipendenze, patologie neurologiche come l’Alzheimer e persino come potenziali anti-invecchiamento.
Nel 2023, i farmaci a base di semaglutide hanno generato per Novo Nordisk ricavi per 21,1 miliardi di dollari, corrispondenti a quasi due terzi del fatturato totale dell’azienda. Le vendite nelle varie formulazioni sono aumentate dell’89% rispetto all’anno precedente, con il 71% dei proventi derivanti da clienti statunitensi.
Novo Nordisk è oggi l’azienda più quotata d’Europa, con una capitalizzazione di mercato che, nel gennaio 2026, si attesta intorno ai 260-270 miliardi di dollari (superiore in passato all’intera economia danese, sebbene i valori attuali riflettano fluttuazioni di mercato).
Negli ultimi mesi, l’enorme crescita della pubblicità e dell’utilizzo di questi nuovi farmaci definiti «miracolosi» ha portato maggiore attenzione sugli effetti collaterali. Sono stati segnalati problemi psichiatrici, squilibri ormonali (tra cui riduzione del testosterone e calo della libido), inalazione del contenuto gastrico e persino diarrea cronica.
Decine di migliaia di persone hanno intentato cause contro Novo Nordisk ed Eli Lilly per i danni fisici subiti, con contenziosi che potrebbero richiedere risarcimenti nell’ordine di centinaia di milioni o miliardi di dollari per contenere l’ondata di richieste.
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Immagine da www.chemist-4-u.com via Flickr pubblicata su licenza CC BY-SA 2.0
Alimentazione
È arrivata la nuova era delle pillole dimagranti
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Farmaci
Il Viagra potrebbe invertire la sordità: studio
Il Viagra potrebbe presto avere un utilizzo del tutto inaspettato: non solo per la «durezza» in camera da letto, ma anche per contrastare una forma ereditaria di sordità permanente.
Uno studio pubblicato su The Journal of Clinical Investigation ha individuato una rara mutazione nel gene CPD che provoca ipoacusia neurosensoriale, una perdita dell’udito dovuta alla morte delle cellule ciliate dell’orecchio interno.
Ricercatori dell’Università di Chicago, di Miami e di alcune istituzioni turche hanno scoperto che questa condizione può essere contrastata con due semplici trattamenti: un comune integratore di arginina e, sorprendentemente, il sildenafil, ovvero il principio attivo del Viagra.
Il gene CPD regola i livelli di arginina nelle cellule ciliate, essenziale per produrre ossido nitrico e trasmettere correttamente i segnali sonori. Quando il gene è mutato, si genera stress ossidativo che uccide queste cellule, portando alla sordità.
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Test su moscerini della frutta portatori della stessa mutazione hanno dimostrato che sia il sildenafil (che stimola la produzione di ossido nitrico) sia l’integrazione di arginina sono in grado di ripristinare, almeno parzialmente, la capacità uditiva.
«Questo studio è particolarmente entusiasmante perché abbiamo identificato una nuova causa genetica di sordità e, soprattutto, un bersaglio terapeutico in grado di attenuarla», ha commentato la coordinatrice Rong Grace Zhai, professoressa all’Università di Chicago. «Si tratta di un ottimo esempio di come farmaci già approvati dalla FDA possano essere riutilizzati per trattare malattie rare».
Se i risultati saranno confermati sull’uomo, il Viagra potrebbe diventare parte di una terapia rivoluzionaria per una forma di sordità finora considerata incurabile.
Il Viagra (sildenafil) fu scoperto per caso negli anni ’80 dai laboratori Pfizer a Sandwich, Inghilterra, durante trials clinici su un nuovo farmaco anti-angina chiamato UK-92,480.
I ricercatori notarono che il composto, un inibitore della PDE5, non migliorava significativamente l’angina, ma provocava erezioni frequenti e durature nei pazienti.
Nel 1991-1993 studi specifici confermarono l’effetto sul tessuto erettile del pene, aprendo la strada alla riconversione del farmaco.
Il 27 marzo 1998 la FDA statunitense approvò il sildenafil come primo farmaco orale per la disfunzione erettile, commercializzato come Viagra Da farmaco cardiovascolare fallito a icona globale, il Viagra generò miliardi di dollari in pochi anni.
L’idea che circola a volte online secondo cui il Viagra fosse stato sviluppato originariamente contro la caduta dei capelli) è una leggenda metropolitana, spesso confuso con la vera storia di un altro farmaco, il minoxidil, che negli anni Sessanta e Settanta era stato sviluppato dalla Upjohn come anti-ipertensivo orale, ma che fece notare in fase di test fenomeni di ipertricosi (crescita anomala di peluria) e che negli anni Ottanta fu riformulato in soluzione topica e approvato come primo farmaco contro l’alopecia androgenetica.
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Immagine di Kehkasha via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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